Il grande dittatore (film regia di C: Chaplin)

IL GRANDE DITTATORE (FILM REGIA DI CHARLIE CHAPLIN)

Durante una battaglia della prima guerra mondiale un barbiere ebreo, che combatte nell’esercito della Tomania (e più precisamente nella XXI divisione artiglieria) come addetto al funzionamento della grande Berta, un enorme cannone, si rende protagonista di un’azione eroica a bordo di un aereo e salva la vita dell’ufficiale Schultz (Reginald Gardiner) . L’epilogo dell’azione, con il precipitare dell’aereo sul quale i due si trovano, comporterà per il barbiere la perdita della memoria.
Dopo molti anni passati all’ospedale, egli se ne allontana e fa ritorno alla sua bottega nel ghetto ebreo e si sorprende dell’atteggiamento dei militari che imbrattano i vetri del suo negozio con la scritta dispregiativa “jew”. Reagisce al sopruso, in contrasto con la remissione degli altri abitanti del quartiere, suscitando le simpatie di Hanna, giovane e bella figlia del ghetto, anch’ella insofferente alle angherie e alle miserabili condizioni di vita alle quali Adenoid Hynkel, dittatore di Tomania, e i suoi scagnozzi la costringono da tempo. La rappresaglia dei militari agli sberleffi del barbiere e di Hanna prevederebbe l’impiccagione dell’uomo ad un lampione, se non intervenisse a scongiurarla il comandante Schultz, che riconosce nel barbiere il soldato che tanti anni prima gli aveva salvato la vita.
La protezione di Schultz e la richiesta inoltrata da Hynkel ad un banchiere ebreo per finanziare la sua campagna di aggressione al mondo, e in particolare la conquista di un paese vicino, l’Ostria (parodia dell’Austria), sono causa della temporanea pace nel ghetto e favoriscono lo svilupparsi della simpatia tra il barbiere e Hanna in un sentimento più profondo. Ma la gioia della serenità riconquistata ha vita breve, la negazione del finanziamento farà riprendere le persecuzioni più violentemente che prima.
Il rifiuto di Schultz alla realizzazione dell’invasione dell’Ostria gli costa la prigionia nel campo di concentramento, dal quale riesce però a sfuggire per rifugiarsi nel ghetto. Qui cospira con gli abitanti per eliminare il malvagio dittatore. Anche il barbiere partecipa all’intrigo, per quanto sia un po’ riluttante di fronte all’eroismo invocato da Schultz. Ma la cospirazione fallisce e Schultz e il barbiere sono catturati e confinati in un campo di concentramento.
Il progetto di invasione di Hynkel necessita della collaborazione dell’alleato dittatore di Batalia (Bacteria nell’edizione originale), Bonito Napoloni (Napaloni nell’edizione originale), marcata caricatura di Benito Mussolini, che ha schierato il suo esercito ai confini dell’Ostria. Hynkel lo invita nella sua residenza dove si assisterà ad un duello tra i due nel tentativo di entrambi di soggiogare psicologicamente l’altro. L’epilogo della visita di stato sarà l’accordo sull’Ostria.
Il piano di Garbitsch (Henry Daniell) per la conquista prevede che Hynkel si travesta da cacciatore di anatre e spari da una barca su un lago un colpo di fucile quale segnale. Il colpo parte, l’invasione dell’Ostria è compiuta e Hanna e quanti con lei vi avevano trovato riparo si ritrovano nuovamente oppressi dagli stessi aguzzini che avevano lasciato in Tomania. Il dittatore però è caduto in acqua e, risalito a riva, senza l’uniforme militare e per la straordinaria somiglianza, viene scambiato dai suoi militari per il barbiere ebreo ed arrestato. Questi infatti era evaso dal campo di concentramento con Schultz poco tempo prima ed era pertanto ricercato.
Schultz si prodiga perché il barbiere venga ritenuto essere Hynkel affinché entrambi possano avere salva la vita ma quando, in perfetta uniforme da condottiero, dovrà tenere il suo primo discorso davanti al popolo dell’Ostria, il barbiere ebreo lancerà al mondo e alla sua Hanna, che ne riconosce la voce, una proclamazione di amore, libertà, uguaglianza e 
solidarietà tra gli uomini che le riaccenderanno la speranza in tempi migliori.

Il grande dittatore fu il primo film completamente sonoro di Chaplin, girato e distribuito negli Stati Uniti poco prima dell’entrata nella Seconda guerra mondiale. Nel film, Chaplin interpreta due personaggi: Adenoid Hynkel, il dittatore di Tomania, esplicitamente ispirato ad Adolf Hitler, e un barbiere ebreo perseguitato dai nazisti. Dopo la guerra, quando l’internamento e lo sterminio degli Ebrei furono noti, Chaplin dichiarò che non avrebbe realizzato il film se solo avesse potuto immaginare cosa fosse accaduto nei campi di concentramento. Il film ebbe due candidature agli Oscar, come miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura, ma non vinse alcuna statuetta. Fu l’ultima apparizione del vagabondo.

Il film era anche una sfida coraggiosa al più potente dittatore dell’epoca, Adolf Hitler, dal quale Chaplin era diviso anagraficamente da soli quattro giorni. L’imitazione caricaturale sottolineava i toni e gli atteggiamenti del Führer, come nel discorso alla folla, completamente improvvisato e girato in un’unica scena. Memorabile, oltre che fortemente rappresentativa, la scena nella quale il dittatore danza con il mappamondo sulla musica del preludio del Lohengrin di Richard Wagner.

Chaplin ridicolizza Adolf Hitler ne Il grande dittatore(1940)

La scelta del luogo di presentazione della pellicola al pubblico fu ponderata. Si puntò su New York, meno influenzata dal clima di destra col quale anche gli Stati Uniti dovevano confrontarsi. La realizzazione del film fu accompagnata dallo sfiorire del rapporto sentimentale tra Chaplin e Paulette Goddard, in procinto di chiedere il divorzio. Durante la lavorazione, nel dicembre del 1939, Chaplin fu anche raggiunto dalla comunicazione della morte improvvisa dell’amico Douglas Fairbanks, che soltanto un mese prima gli aveva fatto visita sul set. Ne fu sconvolto e la perdita del “solo vero amico che abbia mai avuto”, come ebbe a dire Chaplin, rimarrà una profonda ferita per l’attore. Dopo questo film Chaplin interruppe la sua attività cinematografica per circa sette anni.

Torna al cinema in versione restaurata il capolavoro diretto e interpretato da Charlie Chaplin nel 1940, sferzante satira contro il regime nazista mentre in Europa infuriava la Seconda Guerra Mondiale: un film in cui comicità e tragedia convivono in miracoloso equilibrio, con un messaggio pacifista validissimo ancora oggi.

Ne Il grande dittatore Chaplin racconta le storie parallele di due personaggi speculari ma identici nell’aspetto, affidando a se stesso entrambi i ruoli: un imbranato barbiere ebreo che, mentre prestava servizio nelle file dell’esercito dell’immaginaria Tomania durante la Prima Guerra Mondiale, è rimasto vittima di un’amnesia, facendo ritorno dalla sua famiglia solo vent’anni più tardi; e Adenoid Hynkel, lo spietato dittatore della Tomania, il quale progetta di invadere gli Stati confinanti e impone agli ebrei di restare rinchiusi nei ghetti, subendo vessazioni e atti di violenza. La mansuetudine e la dolcezza del barbiere, figura dalla limpida innocenza che richiama inevitabilmente alla memoria quella analoga del Vagabondo (la “maschera” più famosa di Chaplin), sono dunque messe in contrasto con la rabbiosa arroganza di Hynkel, che nelle sembianze (inclusi gli immancabili baffetti), nella divisa e negli atteggiamenti ricalca da vicino l’immagine di Adolf Hitler.

Un capolavoro fra comicità e satira

Oltre alla sua essenza di film à clef (comprensibilissimo, in cui tutti i riferimenti arrivano dritti al bersaglio senza possibilità d’errore), Il grande dittatore recupera pure alcuni modelli del precedente cinema di Chaplin, a partire da un tipo di comicità marcatamente fisica e slapstick: dalle gag delle sequenze iniziali, sulle goffaggini del barbiere fra le truppe della Tomania, alle successive baruffe fra l’uomo e le famigerate Camicie Grigie, ovvero il braccio armato del regime di Hynkel; dal delicato romanticismo del rapporto fra il barbiere e la giovane e coraggiosa Hannah (interpretata da Paulette Goddard, allora moglie di Chaplin nonché sua partner già in Tempi moderni) alla scena delle monete nascoste nel budino, passando per il meraviglioso piano sequenza della rasatura di un cliente al ritmo della Danza ungherese n° 5 di Brahms, perfetto esempio della genialità dell’attore nel creare un connubio fra il ritmo dei movimenti e quello della musica.La crescente inquietudine di Chaplin nei confronti di Hitler sfocerà in autentico orrore con l’emergere della realtà dell’Olocausto, al punto da spingere il regista ad affermare che, se fosse stato a conoscenza della vera portata di quella tragedia, non avrebbe avuto il coraggio di girare un film del genere. E a tale stato d’inquietudine va ricondotto anche il monologo pacifista pronunciato nel finale dal barbiere, scambiato erroneamente per Hynkel: una sequenza spesso contestata dalla critica, poiché ritenuta eccessivamente didascalica, ma inscindibile dal contesto storico relativo a Il grande dittatore. Chaplin affida infatti alle parole del barbiere il messaggio umanista del suo film: un commosso apologo della solidarietà e della dignità umana contro le abiezioni del nazifascismo, in cui la libertà e l’odio sono identificati come le sole scelte di campo possibili, mentre il richiamo alla responsabilità dell’individuo e della collettività (“Voi non siete macchine, siete uomini“) risuona come un grido d’allarme a cui non è più possibile sottrarsi, in Europa né tantomeno in America. Un allarme che ancora oggi, settantacinque anni dopo, fra tentativi revisionisti e negazionisti e rigurgiti di intolleranza e di razzismo tristemente diffusi (perfino nel cuore delle democrazie moderne), conserva fin troppi elementi di tragica attualità.