Giovanni Pascoli :la morte, anno della conquista della Libia

Il Decadentismo: Giovanni Pascoli

Della crisi del sistema economico politico borghese risentono anche la cultura positivista che ne aveva accompagnato l’ascesa, e le correnti letterarie ad essa legate, in particolare il romanzo naturalistico. Già quasi parallelamente ad esse si era andata sviluppando, soprattutto in Francia, una poesia fondata sull’<<arte per l’arte>>, sull’individualismo, l’aristocrazia dell’artista, il senso irrazionale e misterioso ella realtà. All’inizio del nuovo secolo la produzione poetica sfocia in atteggiamenti attivistici, vicini al clima nazionalistico, o , all’opposto, nel ripiegamento interiore, nella contrapposizione della natura alla società, dell’io alla realtà esterna.

Questa congerie di movimenti e posizioni, nei quali si andava formando la sensibilità moderna e la nuova arte del Novecento, accomunata dalla crisi della letteratura ottocentesca, delle ideologie romantiche del credo scientifico-naturalistico, viene ad essere ricondotta ad un’unica fondamentale corrente, quella decadente, che, in tal senso deve essere intesa in un significato più ampio di quello di scuola poetica francese, bensì di area culturale europea.

I decadenti si definiscono i rappresentanti di una scuola poetica francese della seconda metà dell’800, ma esso viene, per estensione, riferito a tutta quella cultura sviluppatasi tra la fine dell’800 e l’inizio dell’900, che fu caratterizzata dalla crisi del Positivismo.

Questo clima storico-culturale è interpretato da una nuova letteratura, quella decadente che esprime lo spostamento dell’interesse dall’oggetto al soggetto, la crisi delle certezze scientifiche e, in genere, il malessere dell’individuo nel tessuto della società contemporanea, di cui non condivide i valori. La nuova cultura rivendica, in campo artistico, il ruolo originale dell’individuo che esalta la facoltà dell’immaginazione, grazie alla quale è possibile accedere ad una realtà che non è puramente concreta, né scientificamente codificabile. L’artista avverte malessere e difficoltà nella vita sociale, cui talvolta contrappone il mito della natura e dell’infanzia, questa difficoltà si trasforma come in alcuni autori in disprezzo nei confronti del grigiore borghese e in esaltazione di una vita raffinata, tesa a cogliere ogni sensazione ed esperienza , in funzione dell’io e non della comunità.

In questo modo nasce l’estetismo o l’<<esteta>>, una delle espressioni più caratteristiche della cultura decadente, che considera i valori dell’arte come fondamentali e coinvolgenti la vita intera e si distingue per il gusto prezioso e raffinato e la superiorità etico-estetica dell’artista che emerge sulla massa.

Coerentemente con la poetica, muta il ruolo dell’artista: non è più lo studioso della realtà, lo sperimentatore di leggi oggettive, se la realtà è mistero, egli è il tramite per rivelarla attraverso le proprie facoltà irrazionali

L’immaginazione non è più guidata dal procedimento logico, ma da quello analogico, cioè dalle associazioni di immagini o concetti prive di nessi apparenti. Per quanto riguarda il Decadentismo in Italia i maggiori esponenti sono Svevo, D’Annunzio e Pascoli, quest’ultimo nato a nato a San Mauro di Romagna nel 1855. La sua vita è stata funestata da diversi lutti tra cui l’ uccisione del padre in occasione della quale ha composto una poesia dal titolo X Agosto, in essa sono presenti due immagini simboliche, la prima è “il pianto delle Stelle” riferito al fatto che anche il cielo attraverso il fenomeno delle stelle cadenti compiange il poeta per la morte del padre, questo fenomeno può anche essere chiamato come “dolore cosmico”. La seconda invece è quella della morte della rondine con le ali spiegate che evoca l’immagine di Cristo sulla croce. Il tema fondamentale di X agosto è quello del dolore, difatti è vero che Pascoli soffre per l’uccisione del padre ma è anche vero che, nonostante le sofferenze, invita gli uomini ad amarsi, questo invito rappresenta la funzione morale e civilizzatrice della poesia.

Un’altra immagine molto significativa è quella del nido che consiste nel considerare la famiglia un nido un luogo di protezione dal male che domina il mondo, contrariamente a Pirandello che la considerava una trappola. Nonostante la tragedia familiare, ha una visione della vita in parte positiva in quanto ritiene che il mondo è dominato dal male ma invita tutti uomini ad amarsi e sostenersi reciprocamente.

Pascoli è anche considerato uno dei più importanti esponenti della cultura decadente in Italia.

Si tratta dunque, di un’adesione spontanea, naturale, e tuttavia evidente, sia quando la si consideri da un punto di vista ideologico, come opposizione all’arte realistica e scientifica, e insoddisfazione per la civiltà borghese che l’ha determinata; sia quando la si guardi dal punto di vista della vera o propria poetica riconoscibile nelle tendenza al simbolismo, alla ricerca di suggestioni musicali nelle parole, teorizzata nello scritto “Il fanciullino”. Manca, tuttavia, al Pascoli un tratto fondamentale del Decadentismo: l’entusiasmo <<profetico>>, la coscienza del rivelatore di nuovi mondi, l’aristocrazia del poeta, che, a livello molto superficiale ed esteriore, si trova nell’estetismo dannunziano. La sua opposizione alla letteratura tradizionale deriva da una visione disincantata del mondo e del progresso, già istintiva in lui, ed acuita dalle dolorose esperienze dell’esistenza; da ciò nasce ora un senso di mistero e insieme di dolore, che si contrappone all’ottimismo e alla fede nelle certezze scientifiche; ora una tendenza a rivolgersi alla natura, immune alla contaminazione umana e insieme partecipe del dolore del mondo.

La concezione della poesia, maturata attraverso le esperienze umane e culturali del Pascoli, trova la sua teorizzazione nel saggio “Il fanciullino”. Qui il poeta riconduce l’ispirazione della poesia alla condizione del fanciullino, ancora capace di una disposizione di curiosità nei confronti della realtà, alla cui base vi è anche un fattore etico, l’essere immune dagli interessi e dagli egoismi della società. Tale disposizione lo porta a cogliere, dalla realtà, gli aspetti più nascosti, le associazioni più lontane, le voci più flebili.

Nelle poesie del Pascoli sono presenti alcune caratteristiche fondamentali del linguaggio novecentesco: prevalenza di frasi brevi, assenza di coniugazioni, frasi nominali con assenza o di soggetto o di verbo e prevalenza di struttura paratattica (Proposizioni principali). Tali scelte rispecchiano la volontà dello scrittore di voler trasmettere a chi legge un immediatezza delle emozioni, ed è evidente il collegamento tra la natura, lo stato d’animo e gli aggettivi prescelti, la scelta delle parole per gli scrittori non è mai casuale perché rispecchia sempre la visione della vita.

Myricae è il titolo della prima raccolta di poesie di Pascoli, pubblicato nel 1891. L’opera dal titolo in latino che vuol dire <<tamerici>> contiene i temi e il repertorio stilistico più tipici del Pascoli come l’umanitarismo evangelico, le memorie dell’infanzia, il mistero e l’irrazionale, l’osservazione delle piccole cose della natura.

In i Canti di Castelvecchio si acuisce la ricerca linguistica tesa alla riproduzione mimetica della realtà esterna. I Poemi Conviviali sono un <<originale ripensamento del mondo classico, ricreato sulla base dei motivi del mondo spirituale del poeta>>. Al di fuori dell’ispirazione genuina pascoliana troviamo invece le opere le opere celebrative: Odi e Inni, La canzone di Re Enzo, Poemi italici, Poemi del Risorgimento.

Giovanni Pascoli morì a Bologna nell’anno 1912 durante l’anno del governo giolittiano.

Giovanni Giolitti

Giolitti nacque nel 1842 a Mondovì, provincia di Cuneo, era un uomo politico pratico. L’età giolittiana coincise con il decollo della rivoluzione industriale in Italia, infatti grazie ai prestiti delle banche nacquero nuove grandi aziende. Il protezionismo poi difese le industrie dalla concorrenza dei prodotti stranieri. I progressi più evidenti si registrarono nell’industria elettrica, siderurgica e meccanica presente soprattutto nel triangolo industriale formato da Torino,

Milano e Genova. Nel settore automobilistico si affermarono la FIAT, la Lancia e l’Alfa Romeo. Nel settore tessile ebbe grande sviluppo l’industria del cotone, L’agricoltura si sviluppò soprattutto nella Pianura Padana.

Nell’età giolittiana la produzione industriale italiana raddoppiò e i segni più evidenti si videro nelle città: l’illuminazione, i trasporti urbani e i servizi pubblici mutarono il modo di vivere della gente. Come sempre non mancavano le contraddizioni: molti operai abitavano in case malsane e il riscaldamento rimaneva un lusso come i servizi igienici che erano per la maggior parte in comune. La rivoluzione però non toccò l’Italia meridionale e per molti italiani l’unica soluzione possibile, per migliorare il proprio tenore di vita era l’emigrazione. Giolitti aveva di fronte una Italia divisa in due, il nord aveva conosciuto la rivoluzione industriale, ma questo comportava anche grandi problemi. Gli operai assunti sempre più numerosi nelle industrie, iniziarono a protestare perché il loro stipendio era troppo basso, per il modo di lavorare spesse volte pericoloso, per l’orario di lavoro troppo lungo. Dalle proteste si passò ben presto agli scioperi, fino allo sciopero generale: da una parte c’era il nord che chiedeva maggiore democrazia e libertà e dall’altra c’era il Sud che invece, più povero e arretrato, era ancora legato alla tradizione e in molti casi anche alle clientele, cioè ai favori concessi dai politici in cambio di voti. Giolitti attuò un modo di fare politica chiamato del doppio volto: un volto democratico e aperto nell’affrontare i problemi del nord, e un volto spregiudicato nel trarre vantaggio dalla situazione del sud. Egli non impedì gli scioperi, ma fece in modo che si svolgessero in modo civile, migliorò le norme che regolano il lavoro, ricostruì la cassa nazionale per l’invalidità, tutelò la maternità delle lavoratrici. Sfruttò la situazione meridionale, controllò le elezioni politiche, per far eleggere uomini a lui fedeli a volte Giolitti si servì anche della malavita.

La principale riforma adottata durante l’età giolittiana consisteva nell’approvazione di una nuova legge elettorale, la quale prevedeva il suffragio universale maschile cioè la concessione del diritto di voto a tutti i cittadini maschi, mentre per le donne esso fu conquistato nel 1946.

Nel 1913 Giolitti strinse con i cattolici un accordo elettorale: il patto Gentiloni, grazie al quale Giolitti, riuscì a far eleggere in Parlamento più di 300 deputati liberali, molti dei quali erano cattolici. Egli inoltre permise l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche.

Intanto il movimento socialista si era diffuso in Italia già tempo, numerose erano le organizzazioni dei lavoratori che facevano riferimento al pensiero socialista e alla teoria di Marx, secondo cui tutta la storia era una continua lotta di classe, tra oppressori e oppressi, sfruttatori e sfruttati.

Nel 1892 venne fondato a Genova il Partito Socialista Italiano. Ben presto al suo interno si formarono due tendenze: la tendenza riformista e quella massimalista. I riformisti ritenevano che si dovesse cambiare la società poco per volta attraverso le riforme, invece i massimalisti (Benito Mussolini) ritenevano che per cambiare la società si dovesse passare attraverso la rivoluzione. Giolitti cercò di allearsi con i socialisti, ma questi ultimi non accettarono. Per quanto riguarda la politica estera Giolitti ritenne opportuno riprendere i tentativi di espansione coloniale con l’occupazione della Libia. La pace con i Turchi venne firmata nel 1912.

La guerra in Libia indebolì il governo giolittiano, l’economia tornava ad attraversare un momento di crisi. Egli preferì dare le dimissioni per sfuggire agli attacchi dei suoi oppositori e nel 1914 come presidente del Consiglio venne nominato un conservatore, Antonio Salandra. La situazione internazionale stava precipitando con lo scoppio del primo conflitto mondiale. All’intervento dell’Italia in questa guerra Giolitti si opporrà, ma inutilmente. L’età giolittiana era veramente finita.